Dalla strada al deserto: la sicurezza alla Dakar, il rally raid più duro del mondo

Dalla strada al deserto: la sicurezza alla Dakar, il rally raid più duro del mondo

Pubblicato il

20 Maggio 2026

Intervista a Giorgio Porello

Dalla strada al deserto: la sicurezza alla Dakar, il rally raid più duro del mondo

7500 chilometri nel deserto dell’Arabia Saudita, quattordici giorni per percorrerli: è questa la sfida del rally-raid più famoso e duro al mondo, la Dakar. Per Giorgio Porello è sempre stato un sogno nel cassetto, fino a quest’anno, quando è diventato realtà.

 

Istruttore e organizzatore di corsi sulla guida sicura di autovetture dal 1990 e di autocarri dal 2003, Porello ha iniziato la sua carriera da giovane nell’azienda di famiglia, lavorando nel trasporto corrieristico. Un percorso lavorativo che ha sicuramente inciso nei suoi sogni: correre la 24 Ore di Daytona e, appunto, la Dakar.

 

Una gara del genere richiede mesi di preparazione, fisica e mentale: bisogna mantenere la concentrazione per periodi lunghi e con ritmi variabili, spesso estenuanti. Tre gli ingredienti chiave per arrivare fino in fondo: “La conoscenza del mezzo, l’esperienza alla guida e la fiducia nel team”, ci racconta.

 

L’equipaggio, infatti, è stato scelto con cura: “Per stare 14 giorni in uno spazio così limitato, nella cabina di un veicolo, è fondamentale andare d’accordo”. Così, Giorgio Porello, Simone Casadei e Gianluca Capelli (supportati dal loro team Gealife) si sono scelti per affrontare insieme questa sfida, vivendo anche momenti estremi: “C’è stato un passaggio molto pericoloso, addirittura alcuni sono tornati indietro e non l’hanno fatto. Decisiva la fiducia nel meccanico, che è sceso dal veicolo e mi ha indicato dove passare, così siamo riusciti. In generale, quando ci si sveglia alle 2:15 di mattina, si smonta la tenda e si parte per una tappa di anche 915 km, è difficile mantenere sempre alto il livello di attenzione”.

 

La sicurezza personale è garantita dal veicolo, con regole stringenti pensate per ridurre al minimo il rischio di infortuni. I pericoli, però, non mancano, a partire da quelli meccanici. Le gomme sono il problema principale: i lunghi tratti su terreno pietroso le mettono a dura prova e impongono una gestione strategica di velocità e pressione. A ciò si aggiungono buche, avvallamenti e dune, oltre ai rischi di ribaltamento e di perdere il controllo del mezzo. “La mia attività finalizzata alla guida sicura mi ha sicuramente aiutato”, continua Giorgio: “Certo, nel deserto non si può fare un discorso di guida sicura, bensì di mantenimento della sicurezza su un tracciato che è notevolmente impegnativo. Tutto ciò che nel tempo mi ha formato, relativamente alla sicurezza stradale, è stato determinante per completare le giornate, in cui abbiamo avuto anche imprevisti, che abbiamo superato con la collaborazione di tutti”.

 

Per Porello, del resto, la formula vincente è chiara: il 50% lo fa la prevenzione, l’altro 50% la capacità di reagire agli imprevisti. Una lezione che va ben oltre la gara e che, una volta tornati a casa, cambia il modo di percepire il rischio: “Nel deserto, non ti viene perdonato nulla: gli errori che fai li paghi tutti. In strada, invece, con un’aderenza maggiore, capita di non accorgersi degli errori che si compiono”.

 

A gara finita, i ricordi restano, insieme all’emozione. Il più bello in assoluto? “Il palco. La Dakar la vince chi arriva in fondo. Ho fatto altre corse, ma l’emozione di arrivare sul palco, in fondo alla Dakar, non ha paragoni.”

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